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Parrocchia di Castello sopra Lecco - Ss. Mm. Gervaso e Protaso
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venerdì 30 luglio 2010
Parrocchia > Storia > Storia e vita parrocchiale
ACQUA ALTA A LECCO
L’acqua alta nel centro di Lecco e di Como non è cosa rara oggi e non lo era nemmeno nel passato. I comaschi del 1400 davano la colpa al ponte sull’Adda, che secondo loro, impediva il deflusso delle acque. Per questo motivo ottennero di aggiungere alcune arcate al ponte allargando l’alveo del fiume. Il problema però non fu risolto, infatti da Curato Corte di Castello si fa memoria come il 13 giugno 1749 si fece la Processione Solenne del Clero secolare, e regolare, confraternite e popo-lo di questa Pieve per obtenere la serenità, o sia bel tempo da Dio; S’unì e principiò detta proces-sione in questa mia Parrocchiale di Castello perché l’acqua del lago haveva sormantato tutta la piazza e strada della porta di Lecco, onde fui io Curato pregato a dare il permesso di questa mia chiesa per unirsi della processione, la quale andò dalla parte di S. Nazaro direttamente a S. Gio-vanni indi poi venne alla Chiesa di S. Giacomo in Castello dove predicò egregiamente il Padre Guardiano Fulgentio da Galbiate.

ASSALTO A(L) CASTELLO…
La chiesa di Castello non ha sempre avuto vita tranquilla…nel maggio del 1756, ad esempio, alcuni uomini di Lecco e Pescarenico (i soliti!, tanto per cambiare…) irruppero improvvisamente nella Parrocchiale “con schiamazzi, e pubblico scandalo”, occupando il Tabernacolo e “appoggiandosi…alla mensa dell’altare Mag.re non ostante che per due volte fossero stati scacciati dal S.r Curato, con anco fatto anche diversi insulti”. Colti di sorpresa, i sacerdoti presenti, che stavano spiegando il catechismo a “li fanciulli e fanciulle” della zona, furono costretti a barricarsi in sacrestia. La cosa fece ovviamente scalpore, tanto che il “consiglio pastorale” di Castello dell’epoca stabilì “esser necessario…procurare il castigo a tante insolenze” auspicando che “li delinquenti…mai non possino esser liberati senza la dovuta remissione” (alla faccia del perdono!). Solo quarantatré anni più tardi, sempre la povera chiesa di Castello subì tutt’altro genere di assalto: durante la famosa “Battaglia di Lecco” parte delle truppe francesi installarono difatti un avamposto nell’odierna piazza Dell’Oro, occupando la Parrocchiale stessa. Di ciò resta memoria in un pagamento, datato 1 maggio 1799, versato al falegname Scandella “per trasporto di mobili in occasione che fu disposta la Chiesa per le truppe francesi, e di nuovo fatti trasportare con altri uomini”. Ben più d’una volta, insomma, la chiesa di Castello ha dimostrato di essere degna del suo “fortificato” nome!

MARIA REGINA E IMPERAtrICE DI LECCO
Sono molte le città d’Italia che hanno eletto per propria Signora, Maria la madre del vero Dio. tra queste si annovera anche Lecco. Lo sapevate? Chi scrive lo ha scoperto mentre riordinava i registri storici delle Confraternite della nostra Parrocchia. Una lettera spedita dal Priore della Confraterni-ta del SS. Sacramento di Lecco invitava i confratelli di Castello coi rispettivi stendardi e trofei alla processione per le vie della città la 1a Domenica di Ottobre nel corrente anno 1871 alle ore 4 po-meridiane. Questa processione ricordava la licenza concessa dal Cardinale Federico Borromeo il 14 Aprile 1624 di incoronare l’immagine di Maria Vergine del S. Rosario quale Regina e Impera-trice di Lecco. La nostra Confraternita fu ben felice di partecipare a questa processione, ma il Prio-re si preoccupò di avere conferma scritta del posto d’onore per i propri confratelli, dietro a quelli di Lecco. Si conserva infatti una carta, una sorta di contratto, che contiene le regole di partecipa-zione, firmata sia da quelli di Castello che da quei di Lecco. Di Lecco non c’era mai da fidarsi!

PUBBLICAZIONI DI MATRIMONIO
Duecento anni fa, tra il 25 e il 28 aprile 1799 si combatté a Lecco una battaglia tra le truppe francesi, che possedevano la città, e gli austro-russi, che cercavano di riconquistare l’Italia settentrionale. A quel tempo, infatti, gran parte del nostro Paese si trovava sotto il dominio francese, dopo che Napoleone aveva strappato l’Italia settentrionale a piemontesi ed austriaci, in una campagna in cui si era fermato solo dopo esser giunto alle porte di Vienna.
Il nostro territorio, dunque, era sottomesso ai francesi e apparteneva alla Repubblica Cisalpina, uno Stato formato con parte delle terre conquistate. Lecco era stata promossa da oscuro borgo a capoluogo del Dipartimento della Montagna. La sua collocazione geografica era infatti ritenuta molto importante per la difesa della neonata Repubblica, sia per la presenza del ponte sull’Adda, che per i collegamenti con la Valtellina e con il passo dello Spluga.
L’arrivo dei francesi era visto dai rivoluzionari italiani come il punto di partenza per la libertà del nostro Paese, ma i liberatori spesso non si dimostrarono diversi dagli austriaci che li avevano preceduti. I soldati commettevano ogni tipo di abuso e i governatori militari facevano pesare la loro autorità sulle comunità locali per ottenere privilegi. Fatti di questo genere accadevano anche a Lecco. In effetti le relazioni tra il nuovo Stato e le parrocchie, si fondavano su nuove basi. Il Direttorio, il governo rivoluzionario francese, in Francia aveva imposto ai sacerdoti di giurare fedeltà alla Repubblica e ovunque, nei territori conquistati aveva separato nettamente le competenze dello Stato e della Chiesa.
È proprio a questo riguardo che il presidente dell’Amministrazione Municipale di Lecco, Monti, scrive in data 21 ventoso al parroco di Castello Giuseppe Agostino Valsecchi. Quale il motivo della lettera? I dubbi del curato sul matrimonio di Gioachino Badoni e Teresa Steffanoni. Il matrimonio si celebrava in maniera distinta nella sua parte civile e in quella religiosa. La prima costituiva un vero e proprio contratto stipulato davanti all’autorità municipale, mentre la seconda era di sola competenza dei ministri del culto e di essa la Repubblica si disinteressava totalmente.
Secondo il Monti, i dubbi del curato Valsecchi “non sono fondati che sulla persuasione, che il mattrimonio (sic) si effettui ancora innanzi al parroco, e non già avanti alla Municipalità… Ma la cosa non è così. Il contratto di matrimonio si effettua in vigor della legge innanzi alla rispettiva Municipalità, e quindi spetta alla medesima il riconoscere i documenti offerti dai contraenti per la validità del contratto.”
Che cosa era successo? I due, probabilmente, si erano recati dal Parroco chiedendo di sposarsi davanti a Dio, ma non avevano rispettato la norma delle tre pubblicazioni necessarie per il matrimonio. Monti su questo punto non dà torto al parroco e riconosce che l’ufficiale che ha concesso “la dispensa di due pubblicazioni ha fatto una cosa arbitraria, oltre il suo dovere”. Intanto, però, approfitta dell’occasione per ricordare al parroco che il matrimonio è un atto prima civile e poi religioso e che, secondo la legge, è il primo che conta agli effetti della vita civile. Il matrimonio è un atto importante sia per i parrochi (sic) che per le autorità civili, ma un parroco non ha il diritto di mettere in dubbio l’operato delle autorità costituite. 
La chiusura del presidente Monti è volutamente polemica perché considera il parroco di Castello un reazionario. Scrive così: ”Se avete talvolta la curiosità di vedere i registri della Municipalità, non avete altro che da presentarvi al suo ufficio giacché le Autorità costituite d’un popolo libero e sovrano, rendono ragione di tutto il loro operato a tutti i Cittadini che fanno parte della Sovranità. Salute e Fratellanza.” La lettera è controfirmata dal segretario della Municipalità, Stefano Ticozzi, curato di San Giovanni alla Castagna, uno dei sacerdoti che avevano abbracciato gli ideali rivoluzionari. 
Si recò il parroco Valsecchi a vedere quei registri? Non lo sappiamo, ma nel registro dei matrimoni della parrocchia di Castello il matrimonio di Gioachino Badoni e Teresa Steffanoni risulta alla data del diciassette febbraio con l’annotazione delle “legittime dispense” ottenute “dalle autorità costituite come ne consta da documenti…” e del fatto che “Venne pure presentato l’atto del contratto civile avanti la Municipalità.”

MA CHE TEMPO CHE FA
Per tutta l'estate abbiamo ascoltato giornalisti interrogare esperti meteorologi per sapere da quanto tempo non si registrava un'estate così calda e secca. Qualcuno, riferendosi a non si sa quali dati statistici, ha parlato di circa duecento anni. I parroci di Castello del passato si preoccupavano e pregavano che caldo e acqua arrivassero a tempo e nelle quantità giuste per garantire i raccolti ai numerosi contadini, ma non tenevano certo le effemeridi meteorologiche. Poteva accadere, però, che fosse il Vescovo ad invitare tutto il clero della diocesi a pregare per il sole o per la pioggia: in questo caso, a volte, se ne conserva la comunicazione scritta. È quello che accade con la lettera del 13 aprile 1896, inviata dal Cardinale Andrea Carlo Ferrari. “Questo cielo omai di bronzo ci fa temere gravi pericoli e danni alla campagna, agli animali, agli uomini. - scrive l'Arcivescovo - Da ogni parte sentiamo già tristi notizie: da una prolungata siccità la terra inaridisce sempre più, i primi raccolti sono minacciati: in non pochi villaggi a grande stento può procurarsi l'acqua per l'uso delle case, e si accenna qualche luogo dove l'acqua si vende e si compra.”
La mancanza di pioggia fa temere anche la possibilità di epidemie: “E che cosa intanto abbiamo da fare?…Il presente castigo è una voce che Dio ci manda: guai a chi dovesse disprezzarla, e beato chi l'ascolta per riavvicinarsi a Dio.” La siccità è un'occasione di conversione ed il Vescovo invita alla preghiera, al pentimento e a raddoppiare le opere di carità cristiana per ottenere la benefica pioggia. Scendendo nei dettagli, il Vescovo suggerisce ai parroci di fare qualche processione portando il Santissimo Crocifisso. Sono sicuro che i parrocchiani del 1896 hanno portato l'ombrello!

VOCAZIONI...MANZONIANE
tra il XVII ed il XVIII secolo la nostra parrocchia fu residenza e luogo natìo di una vera e propria "valanga" di ecclesiastici: chierici, canonici, curati, oblati, abati, prevosti, monsignori...tutti appartenenti alle più nobili e facoltose famiglie che all'epoca vivevano a Castello. Erano ad esempio Arrigoni "Taleggi" il chierico Gio.Batta (+1642), don Gio.Andrea - prevosto di S. Giuliano, nato nel 1648 -, don Gio.Battista Marco (oblato di S. Sepolcro, n.1662) e don Pompeo (1708-1773). Dalla Casa Locatelli provenivano invece monsignor Giuseppe (battezzato nel 1713), il frate servita Pietr'Antonio, l'abate Pietro e don Andrea (+1645), prevosto di Lecco ed ex curato di Cremeno, mentre erano membri della famiglia Gazzari don Giovanni (1586-1646), primo curato di Olate ed in seguito di Cardano, don Carlo Giacomo (n. 1659) e don Gio.Alessandro, parroco di Castello dal 1790 al 1796. Altra stirpe che vantò un gran numero di ecclesiastici fu quella dei Manzoni del Caleotto, da cui uscirono don Giacomo Maria (1652-1726), figlio del tenente Alessandro, e don Paolo Antonio (1696-1781), "Cappellano Imperiale Regio". Nell'elenco del clero di Castello del 1757 figurano infine due figli del dottor Alessandro Valeriano Manzoni: monsignor Paolo (n. 1729), "ordinato a titolo Colattivo in Varenna di Gius Padronato della Casa Serponti", ed il "Rev.do Nobile chierico Sig. Don Pietro Manzoni". Quest'ultimo era proprio il padre dello scrittore Alessandro; egli a quanto pare aveva intrapreso in gioventù la "carriera ecclesiastica" che però abbandonò già dal 1759, probabilmente perché era rimasto l'unico della sua generazione in grado di garantire discendenza al suo casato. Insomma, un prete mancato...per fortuna! Se ciò difatti non fosse accaduto, la letteratura italiana sarebbe stata privata di uno dei suoi Grandi...

DONUM LUCATELLI
Durante gli ultimi suoi quattro secoli di storia la nostra chiesa ha potuto contare sull'appoggio e sul sostegno di numerosi benefattori, i quali non di rado contribuirono anche ad arricchirla di splendide e preziose suppellettili liturgiche. Fra essi spiccarono senza dubbio per generosità i membri della famiglia dei marchesi Locatelli, grande e facoltoso casato estintosi alla fine del XVIII secolo. Nel 1680, ad esempio, donna Antonia Conti Locatelli donò alla scuola del SS.mo Sacramento "un pluviale di velluto cremesile con lavorio d'oro" ricamato dal sarto Crespi; nello stesso anno il figlio di costei, e cioè il sig. Gio. Antonio Locatelli di Roma, regalò alla chiesa di Castello un toribolo d'argento con navicella - forgiati ed acquistati proprio nella Città Eterna - insieme ad un magnifico ostensorio. Quest'ultimo fu purtroppo venduto nel 1806 poiché era di rito romano; ne occorreva infatti uno adatto alla liturgia ambrosiana, che nel frattempo era stato riscattato dalla Zecca di Milano. Nel 1686 si recò sempre a Roma la suddetta donna Antonia, che chiese - ed ottenne – da Papa Innocenzo XI la facoltà di "potenziare" l'indulgenza del Perdono; per l'occasione un altro suo figlio, marchese Marc'Antonio Locatelli, si offerse di “comprare del proprio” un calice d'argento, prezioso manufatto giunto sino ai nostri giorni. Circa sessant'anni dopo, nel 1743, lo stesso marchese destinò per volere testamentario alla nostra Chiesa una elegante pisside, anch'essa per fortuna tuttora esistente. Infine, un altro Locatelli che non mancò di beneficare la comunità religiosa di Castello fu il marchese Gio.Antonio: fu lui che infatti nel 1775 donò due dei quattro splendidi busti di Papi - magistralmente modellati da maestro Filippo Grancino intagliatore di rame - , gli stessi che ancor oggi vengono esposti sull'altare maggiore durante le principali e solenni festività.

BARBA, CAPELLI E LOCANDE…
tra le molte famiglie oramai estinte che animarono la nostra parrocchia tra Seicento e Settecento, particolare e meritevole ricordo merita certamente quella dei signori Simonetta. Il loro capostipite Teodoro, oriundo di Milano, si era trasferito intorno al 1647 a Castello, dove esercitò per anni la professione di Barbiere; egli, similmente a quello più noto di Siviglia, fu attivo…”factotum” parrocchiale, tanto che più volte rivestì la carica di consigliere della Fabbriceria. Fra i diciassette figli che ebbe da tre diverse mogli spiccò per singolarità il settimogenito Gio. Angelo Simonetta, valente intagliatore che nel 1692 progettò un grande vestiario, non realizzato, destinato alla sacrestia della Parrocchiale; in seguito scelse di diventare frate, e per diversi anni fu cappellano nel bergamasco santuario della Madonna di Mapello. La secentesca casa dei Simonetta, sorta su un precedente fabbricato dei Bottanelli, sussiste tuttora ai civici 42-46 di Corso Matteotti ed è caratterizzata dal bel medaglione ovale con scolpita una Madonna con Bambino, visibile a lato del portone principale; nel cortile interno della dimora il chirurgo Pasquale Teodoro Simonetta (definito ironicamente“caro ma caro” dal parroco Corti nello stato d’anime del 1739), nipote del suddetto Teodoro, allestì all’inizio del Settecento una locanda (“e che brava locanda!”, come ebbe maliziosamente ad annotare sempre il curato Corti). La stirpe proseguì per tutto il XVIII secolo con il maggiore e chirurgo Agostino Simonetta, mentre dall’inizio dell’Ottocento la discendenza continuò per via femminile nelle famiglie Pirelli e Curioni, da tempo non più presenti a Castello

SPINI E VERTEMATE
Già a partire dalla seconda metà del Cinquecento molte tra le più importanti – ed oramai estinte – famiglie che nobilitarono ed animarono in passato la nostra parrocchia decisero di trasferirsi e fissare la loro residenza proprio a Castello, allettate e “rapite” dalle ricchezze naturali (e soprattutto commerciali…) della zona che dopo un periodo di relativa decadenza economica e sociale si stava lentamente “risvegliando”. tra questi casati vanno senz’altro ricordati quelli degli Arrigoni Taleggi dalla Lavina di Vedeseta, i Gazzari da Lecco ed i bergamaschi Spini. A capo di quest’ultima famiglia v’era il “Magnifico” Francesco Spini, figlio di Cristoforo “bresciano”, giunto a Castello molto probabilmente in seguito al matrimonio con la “lecchesisima” Aurelia Bellingardi. Il suddetto Francesco era strettamente imparentato con gli Spini di Albino, bucolico centro abitato della Val Seriana che a ragione può essere considerato patria “storica” ed “artistica” degli Spini: qui essi esercitarono difatti per lungo tempo una notevole influenza, forti del prestigio di cui godevano e delle loro cospicue ricchezze. In Albino si trovava inoltre il loro avito palazzo, in parte affrescato dal noto pittore Gianbattista Moroni, anch’egli nativo di Albino, che esercitò inizialmente la sua arte proprio sotto il “patronato” degli Spini per i quali realizzò i due meravigliosi ritratti (ora esposti all’Accademia Carrara di Bergamo) dei coniugi Pace Rivola e Bernardo Spini. Fu proprio quest’ultimo che nel settembre del 1601 giunse a Castello in qualità di padrino di Caterina Spini, secondogenita di Cristoforo junior (figlio di Francesco). Al medesimo battesimo intervennero inoltre i coniugi Virgilio e Flaminia Vertemate di Piuro: ciò è molto significativo poiché testimonia inequivocabilmente i legami di amicizia e di interesse intercorrenti tra gli Spini di Castello e la nota famiglia patrizia dei Vertemate Franchi di Piuro, ancor oggi tristemente ricordata in quanto tragicamente coinvolta nella frana che il 4 settembre del 1618 travolse, distrusse e seppellì l’antico e florido borgo di Piuro (dove si trovava il favoloso e principesco palazzo dei Vertemate). Non è quindi un caso se già nel 1598 si riscontra a Castello la presenza di Nicolò Vertemate che, a conferma degli ottimi rapporti di amicizia tra il suo casato e quello degli Spini, affrontò l’allora non certo agevole tragitto da Piuro a Castello per far da padrino ad Aurelia Spini, altra nipote di Francesco. Anche Nicolò Vertemate restò vittima della frana del 1618, tragico evento che dell’antica potenza economica e sociale dei Vertemate Franchi di Piuro risparmiò soltanto la residenza estiva di Cortinaccio di Piuro (ora proprietà della città di Chiavenna) costruita dai fratelli Luigi e Guglielmo Vertemate, rispettivamente padre e zio del suddetto Nicolò.

LUOGHI…”STENDHALIANI”
Di luoghi “manzoniani” a Lecco se ne è discusso per anni, ed in tutte le salse (più o meno piccanti…); in nome della par condicio letteraria, ci è sembrato quindi giusto per una volta cambiare menù e parlare di luoghi…”stendhaliani”. La nostra Castello, infatti, presentava durante la “prima” Repubblica Cisalpina un clima ed un ambiente molto simili a quelli descritti nella parte introduttiva della nota “Chartreuse de Parme” di Stendhal: ad esempio, così come si narra a proposito del luogotenente Roberto – ufficiale francese ospitato in casa Valserra del Dongo -, anche a Castello alcuni graduati napoleonici usufruirono del famigerato “biglietto d’alloggio”. tra loro vi era il “Capitano francese Giuseppe Francesco Bertin du Chatelet nativo d’Ugnij della Città di Verdone”, il quale trovò degna e comoda sistemazione nel bel palazzetto degli Arrigoni Socca, sito nell’odierna Via Mentana (lo stesso che fu poi residenza dei baroni Ticozzi dal 1817 circa). Di lui si “invaghì” non a caso donna Marianna Arrigoni Socca, nostra parrocchiana, che lo sposò poco prima della disfatta del 1799. Molti altri esponenti locali del governo francese frequentarono Castello, anche durante la “seconda” Cisalpina ed il Regno Italico: nei registri parrocchiali figurano ad esempio “l’ex Commissario del Direttorio di Milano” Leopoldo Staurenghi, Francesco Ulma di Colmar con la moglie Rosa nel 1805 (“legittimi consorti e militari francesi”), il “Vice Ispettore ai boschi” Antonio Sopransi nel 1813 ed il “Tenente del Primo Reggimento di linea italiana” Giovanni Selva di Prades nell’aprile del 1814, appena due mesi prima che gli austriaci riannettessero ufficialmente la Lombardia.

UN "DESIGNER"...D'ECCEZIONE
tra i personaggi "storici" che frequentarono la nostra parrocchia vi fu anche il grande ingegnere architetto Giuseppe Bovara. Egli bazzicava spesso per Castello dove vivevano alcuni suoi cari amici, nonché la famiglia del suo zio paterno Carl'Antonio che possedeva un grande filatoio in Via Mentana, ristrutturato - guarda caso... - proprio dall'ing. Bovara. Altre sue opere sono concentrate nella Piazza della Chiesa: basti pensare alla splendida villa Brini od alla fontana del Nepomuceno; alcuni documenti dell'archivio parrocchiale sembrerebbero poi indicare che sempre a lui si deve l'ampliamento e la riforma della casa Villa-Pernice (dove c’era la Buona Stampa) caratterizzata dal tipico bugnato "bovariano", rimosso da diversi anni. Quest'ultimo intervento potrebbe risalire al 1820 circa; sicuramente nel 1813 il Bovara fu chiamato a studiare un condotto della casa, perizia che gli fruttò ben 25.75 lire, di cui 12 "...per ragion d'una dieta...e andata e ritorno, e tempo consumato in luogo...": insomma, un vero professionista ! L'ingegner Bovara lavorò anche per la Parrocchiale: nel 1815 circa sistemò il campanile, mentre nel 1821 fu chiamato a disegnare la cassa e la balconata dell'organo di frate Damiano Damiani, compresi gli "...acquasantini...che servono per base delle colonne della cantoria...". Il Bovara si prestò anche come "designer" per la confraternita del SS.mo Sacramento: al 1856 risale infatti il pagamento per la "...fabrica del nuovo Crocifisso, candelabri e bastoni (realizzati da Giovanni Ubicini di Milano), comprese le aggiunte relevate dall'ing. Giuseppe Bovara..."; di questo servizio processionale sopravvivono ancora alcuni pezzi, ora esposti nell’archivio-museo parrocchiale.

FRATI E MONACHE A CASTELLO
Dalla fine del Cinquecento e fino al calare dell'Ottocento la zona di Castello fu luogo privilegiato di residenza e di dimora per alcuni tra i maggiori, principali e facoltosi casati del territorio. Molti membri di queste nobili ed onorate famiglie intrapresero la "carriera" ecclesiastica; spesso, più che di una scelta, si trattava invero di una "forzatura" o molto più semplicemente d'una mancanza di alternative, in quanto tutto il patrimonio familiare veniva "convogliato" e nel solo primogenito, il quale era a sua volta "tenuto" ad accasarsi il più presto possibile. Tali complesse politiche "matrimoniali" avevano ovviamente lo scopo di evitare la dispersione e soprattutto la divisione delle ricchezze accumulate dal casato, cosa che naturalmente rischiava di compromettere ed intralciare la scalata "sociale" del casato stesso. Frequentissime in queste famiglie erano dunque le monache; questo anche perché per le famiglie nobili e facoltose dell'epoca accasare una figlia si rivelava spesso difficile e complessa operazione, soprattutto per la questione della dote che naturalmente era tanto più salata quanto più erano importanti il casato e la condizione sociale ed economica dello sposo. Ovviamente a queste vocazioni "forzate" si affiancavano quelle "spiritualmente" vere, profonde e sincere; in quest'ultimo caso la ricchezza della famiglia d'origine permetteva a coloro che avevano ricevuto realmente la fatidica..."chiamata" di poter affiancare alla loro naturale inclinazione la possibilità di “far carriera” nei grandi monasteri o nei principali seminari dell'epoca. Ecco qui di seguito l'elenco dei membri (alcuni di essi tornarono a casa dopo le soppressioni di Giuseppe II, e per questo nell'elenco sotto riportato il loro grado ecclesiastico viene preceduto da "ex") di note ed agiate famiglie di Castello che scelsero la vita monastica:

* Famiglia Manzoni del Caleotto

Donna Maria Teresa Anselma (n. 1741), “ex monaca del monastero di S. Paolo in Monza, figlia del dott. conte Alessandro” - Archivio Parrocchiale di Castello (APC), stato d'anime del 1786, famiglia 169.

* Famiglia Manzoni dei Cantarelli

Monaca Giustina (1708 - 1799) - APC, registri delle morti, vol.5, pag.51;
Monaca Isabella (n. 1710) - A. Orlandi, Le famiglie della Valsassina, Lecco 1932;
Monaca Chiara (n. 1723) – A. Orlandi, op. citata;
Donna Carla Rosa, “ex monaca corista del monastero di Gravedona” - APC, stato d'anime del 1786, fam. 166, 
tutte e quattro figlie del barone Carlo.

* Famiglia Manzoni di Domo

Monaca Maria Innocenta - A. Orlandi, op. citata;
Monaca Maria Petronilla - A. Orlandi, op. citata;
Donna Giuseppa Benedetta (morta nel 1790), “ex monaca del monastero di Santa Maria Maddalena di Castello” - APC, registri delle morti, vol.4, 1790 marzo 4;
Donna Silvia Maria, “ex monaca del monastero di S. Lorenzo in Vimercate” - APC, stato d'anime del 1785;
Donna Paola Maria, “ex monaca del monastero di S. Lorenzo in Vimercate” - APC, stato d'anime del 1785;
Nobile Carlo, “ex religioso servita del monastero di Santa Chiara in Como” - APC, registri delle morti, vol.5, p.54,
tutti figli del nobile Michelangelo di Barzio. 

* Famiglia Arrigoni di Castello

Donna Giuseppa Benedetta Marianna (1698-1786), “ex monaca del monastero di Santa Maria Maddalena” - APC, registri delle morti, vol.4, 1786 aprile 10;
Donna Lucrezia (n. 1718), “ex monaca corista del monastero di S. Paolo in Monza” - APC, registri delle morti, vol.5, p.72;
Donna Giusta Teresa (1750-1843), “ex religiosa in Santa Maria Maddalena” - APC, stato d'anime del 1786, fam. 126;
Donna Marianna (n. 1748), “ex monaca del monastero di S. Paolo in Monza col nome di Silvia Carolina” - APC, registri delle morti, vol.6, tavola 72,
le prime due figlie del nobile Gio. Stefano Salvatore, le altre del nobile Paolo.

* Famiglia Longhi, ramo di Castello

Monaco Justino (seconda metà del XVI secolo), fratello del notaio Giuseppe Belisario di Castello e figlio del sig. Gerolamo di Lecco - APC, registri delle morti dal 1590, 1595 agosto 9.

* Famiglia Locatelli di Castello

Reverendo frate servita Pietr'Antonio (nato tra il 1658 ed il 1661), figlio del dottor fisico Pietro - Archivio Parrocchiale di Lecco (APL), sezione storica, varie, cartella 3, fascicolo 1, oppure pag. 439 del Regesto - ;
Abate Pietro (nato tra il 1722 ed il 1730), figlio del marchese Marc'Antonio - Archivio di Stato di Como (ASCo), catasto “teresiano” di Castello, volture successive al 1732, trasporto dei mappali 20, 80 e 127 in data 30 giugno 1774.

LEPORE & BUTTIRONI S.p.a.
Già era stata pubblicata sul Bollettino parrocchiale la descrizione della fastosa processione svoltasi nell'agosto 1702 in onore della nuova statua della Madonna donata dai fratelli Ciresa; non si era però ancora scoperto l'autore della mirabile opera lignea. Ebbene, nei libri di cassa figura registrato nel 1701 il saldo dell'onorario spettante al "...S.r Giacomo Lepore intaliadore di Milano per la nova statua della B.ma Vergine del Rosario...". La scelta dell'artigiano medeghino Giacomo Lepore non fu casuale: egli era infatti parente stretto dei signori Buttironi detti "de Rossi", facoltosa famiglia originaria di Castione. Il ramo principale del casato, estintosi all'inizio del XIX secolo, si era trasferito a Castello nell'ex casa del notaio Francesco Maria Arrigoni Taleggi (quella in cima a via mons. Moneta) intorno al 1690, nella persona di Gio. Maria Buttironi. Quest'ultimo aveva sposato la gentildonna milanese Giovanna Lepore, ed anche la sorella Angela Buttironi si era unita in matrimonio nel 1680 con il "Sig. Antonio Lepore di Milano": è quindi evidente il doppio legame familiare che univa i Buttironi di Castello a Giacomo Lepore. I Buttironi, discendenti dei Mazzucconi del Caleotto e dei nobili Arrigoni Taleggi, parteciparono attivamente alla vita sociale e "parrocchiale" di Castello: basti pensare che il suddetto Gio. Maria viene definito in una nota del 1705 "...assiduo benefattore...". Fu probabilmente su suo consiglio ed interessamento che la Fabbriceria contattò l'abile Giacomo Lepore, il quale in pochi mesi realizzò la splendida e venerata statua della Beata Vergine del Rosario, tuttora esposta nella nostra chiesa parrocchiale. 

MITI E MOSCHETTIERI DI CASTELLO
tra i molti personaggi illustri che ebbero i natali nella nostra parrocchia bisogna senz’altro ricordare il nobile notaio Gio. Stefano Salvatore Arrigoni, già storico sindaco di Lecco (nonché membro del Senato di Milano all’inizio del Settecento), vissuto a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo. Fu egli una sorta di “personaggio-mito” dal carattere versatile ed estroverso (leggi “fuori dall’ascia”), cultore ed amante delle arti belle, che tra il 1680 ed il 1691 – in vista del suo matrimonio con donna Lucia Calderara di Domaso – fece costruire a Castello la splendida e bizzarra dimora sobriamente barocca meglio conosciuta oggi come “palazzo Secchi”.
Nel 1691 il suddetto Arrigoni organizzò a sue spese la processione per la solennità del SS.mo Rosario (egli era stato infatti eletto in quell’anno priore dell’omonima confraternita) che si svolse il 6 di agosto: ebbene, ne sortì un evento scenograficamente straordinario a lungo rimasto nella memoria collettiva, e che oggi possiamo in parte rivivere grazie alla magistrale descrizione riportata nel libro delle congregazioni. L’affollatissima processione, che vide “l’intervento de sacerdoti, anche in numero maggiore del convenuto…con virtuoso Panegirico d’un Rev.do P.re Riformato” fu accompagnata “da una Compagnia di più d’80 moschettieri, quali fecero la loro offerta con devozione in abito di soldati”. Essi inoltre spararono “diverse salve col sbaro de’ moschetti con rimbombo de trombetti e tamburo, essendosi fatta triplicata salva de mortari […] con quantità di fochi artificiali”. La gente partecipò “con ordine senza causar un minimo scandalo” ed alfine tutto ciò fu “fatto dalla splendidità, et generosità del sig. Priore”. Ma donde quelle persone traevano tanta euforica allegria? Sempre nel libro delle congregazioni si parla di “una certa polvere […] donata dal Vicecurato”: non sarà che l’alto muro di cinta della Canonica servisse anche a proteggere da occhi e sguardi indiscreti una qualche “illecita” piantagione?… 

UN INSOLITO DEGENTE…
Non è certo novità che Castello sia stata in passato terra di grandi benefattori: basti ricordare la munificenza di famiglie come quelle dei nobili Arrigoni Taleggi, dei marchesi Locatelli, dei nobili Buttironi o dei signori Ciresa, che sostennero materialmente la nostra parrocchia dalla fine del XVI all’inizio del XIX secolo, quando cioè si estinsero. Tale generosità non di rado sconfinò dall’ambito parrocchiale: nel 1802, ad esempio, la cospicua somma di 60.000 lire fu lasciata in eredità all’Ospedale Maggiore di Milano (storica istituzione fondata nel Quattrocento da Francesco Sforza) dal sacerdote Giuseppe Buttironi, morto nel febbraio dello stesso anno. A perenne ricordo del nostro parrocchiano (era difatti nato a Castello nel 1712 dal nobile Gio. Maria Buttironi “assiduo benefattore” e da donna Eleonora Piazza) la direzione dell’Ospedale Maggiore fece eseguire da Giosuè Sala detto “il Saletta” - formatosi nella scuola privata del Giudici, frequentata anche da Andrea Appiani - uno splendido ritratto tuttora esistente (anzi, visto il luogo in cui si trova sarebbe meglio dire…degente), che insieme a quelli degli altri numerosi benefattori dell’Ospedale veniva un tempo esposto ogni due anni in occasione della festa del Perdono.

Parrocchia di Castello sopra Lecco Santi Martiri Gervaso e Protaso
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