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Cineforum 2026 Inv – Le Schede


Lilti illustra sensibilmente un anno di scuola in forma di cronaca.
Un film di Thomas Lilti con Vincent Lacoste, François Cluzet, Adèle Exarchopoulos, Louise Bourgoin, William Lebghil. Genere Commedia durata 101 minuti.
 
Benjamin, dottorando senza borsa di studio, accetta una cattedra a contratto in un college.
 
Tratto da  Marzia Gandolfi – www.mymovies.it

L’estate è finita e un nuovo anno scolastico sta per cominciare. Gli studenti affollano il cortile e i professori risalgono in cattedra. A un team di insegnanti impegnati e affiatati, si aggiunge Benjamin, un giovane supplente di matematica con zero esperienza e tante domande sulla professione. Sbarcato in una scuola ordinaria nella banlieue di Parigi, scoprirà a sue spese i problemi e le gioie della trasmissione.

Dopo aver affrontato il tema della salute da diverse angolazioni (ospedali, studi medici di città e di campagna…), dopo aver messo in scena le prove e le tribolazioni della professione medica, denunciando il progressivo disimpegno dello Stato francese, Thomas Lilti passa all’istruzione. Un nuovo anno scolastico, un corpo docenti esperto e una nuova recluta dal volto familiare: Vincent Lacoste.

L’universo cambia, ma prassi e ambizione rimangono le stesse: raccontare la storia di un’istituzione attraverso ritratti umani e ‘Guida pratica per insegnanti’ entra in classe e solleva la stessa domanda: come trovare un senso in una professione sempre più denigrata e impoverita? Accompagnando la vita quotidiana dei suoi insegnanti, osservati dentro e fuori la scuola, questa commedia sociale rintraccia tutto quello che rende il loro impegno così speciale, malgrado i cali di vento e lo stato di fragilità in cui versa la categoria. Tra leggerezza e gravità, ognuno fa quello che può contando sulla solidarietà dei colleghi per sentirsi meno solo e isolato in quel pasticcio di precarietà, speculazione dei bilanci e valzer dei programmi. La ‘nave scuola’ oscilla ma avanza facendo i conti con le risorse umane che ha a disposizione. Ed è quest’arte dell’intraprendenza e della partecipazione, che Thomas Lilti illustra sensibilmente, raccontando un anno di scuola (secondaria) in forma di cronaca casuale, una dichiarazione d’amore a tutti gli educatori di buona volontà. Vincent Lacoste, François Cluzet, Adèle Exarchopoulos, Louise Bourgoin, Lucie Zhang incarnano un corpo coeso e un’identità forte, rianimando una professione stremata. Gli attori prendono le misure dell’impegno personale che rappresenta il mestiere dell’insegnante e traslocano nella periferia francese. Siamo a Parigi ma l’essenziale è universale: l’educazione è un’arte delicata ma vitale. Motore della storia è il lunare professore di ‘maths’ di Vincent Lacoste, che impara il potere dell’istruzione e si affida ai suoi colleghi, raccontati a turno come in una serie televisiva. ‘Guida pratica per insegnanti’ è un omaggio a una professione declassata, a tutti i prof che fanno molto con poco, una qualità della coscienza che si chiama parsimonia. Componendo con note impressionistiche e frammenti di vita privata, il film sale e scende dalla cattedra per restituire vernice e prestigio a quello che un tempo era “il lavoro più bello del mondo”.


I fratelli Dardenne, scavando nell’umanità delle proprie protagoniste, offrono uno spazio a una speranza.
Un film di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne con Babette Verbeek, Elsa Houben, Janaina Halloy, Jef Jacobs, Günter Duret. Genere Drammatico durata 104 minuti.
Le storie di cinque ragazze madri che si trovano ad affrontare difficoltà diverse ma solo apparentemente insuperabili.
 
Tratto da  Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

Jessica, Perla, Julie, Arianne e Naïma sono cinque adolescenti che hanno trovato rifugio ed assistenza, ognuna per motivi diversi, in una casa rifugio per ragazze madri. Se ne seguono i percorsi che le vedono rischiare di arrendersi o cercare di superare le difficoltà che stanno alla base della loro scelta di dare alla luce una creatura. I fratelli Dardenne, dopo aver lasciato prevalere la dura realtà nel film precedente, offrono qui uno spazio a una speranza che non si traduce in un happy end retorico. Il film trae origine da un’indagine che i due registi hanno compiuto in una ‘maison maternelle’ nella zona di Liegi avendo in mente di realizzare un film con al centro una sola giovane madre. Le storie che hanno potuto ascoltare nel corso di quella visita li hanno spinti a scrivere una sceneggiatura in cui si seguono cinque storie tenendo sempre come punto di riferimento il centro di assistenza al quale le giovanissime protagoniste finiscono con il fare ritorno. Non si tratta, è bene chiarirlo, del classico film ‘corale’. Ognuna di loro segue ed è seguita nel suo percorso individuale in cui fare emergere le più differenti situazioni di crisi. C’è chi sta diventando madre senza aver ancora trovato una risposta al quesito fondamentale su perché sia stata abbandonata alla nascita. C’è chi vede scomparire dall’orizzonte il padre del nascituro o chi sente di dover dare al neonato un futuro di sicurezza economica ed affettiva che non ha avuto oppure chi, nonostante la forza di volontà, teme di non riuscire a stare per sempre lontana dall’attrazione della tossicodipendenza. C’è poi chi sviluppa un percorso meno complesso ma non per questo non importante. I Dardenne si sono imposti, in questa occasione, di lasciare qualche spazio all’imperfezione in favore di una maggiore leggerezza. L’esito è quello di uno scavo nell’umanità delle proprie protagoniste colte sia nei momenti di crisi che in quelli in cui una luce in fondo al tunnel sembra potersi cogliere. Sempre con quella vicinanza che, anche se non è più quella di una camera che pedinava da vicino la ”Rosetta” di una lontana Palma d’oro, fa sentire quanto l’umanesimo dardenniano si nutra dell’osservazione della realtà finalizzata non a una ipotetica e solo superficiale mobilitazione delle coscienze quanto piuttosto al desiderio di porre lo spettatore dinanzi ad interrogativi che non coinvolgano i massimi sistemi ma piuttosto la mai banale quotidianità. Il loro cinema si colloca accanto alle persone e anche quando, come in questo ed in altri casi, i soggetti delle narrazioni sono estremamente distanti per età rispetto a loro sanno coglierne e portare sullo schermo l’intima verità grazie ad uno sguardo che non si ferma mai alla superficie e non si arroga il potere del giudizio.


La storia di uno come noi. Raccontata con un mix sapiente di malinconia e leggerezza.
Un film di Mike Flanagan con Tom Hiddleston, Chiwetel Ejiofor, Karen Gillan, Mark Hamill, Harvey Guillen. Genere Drammatico durata 110 minuti. Produzione USA 2024.
 
Un racconto visionario e profondamente umano, che sfida le regole del genere per restituirci un’unica, semplice verità: ogni vita è un miracolo.
 
Tratto da Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

Una serie di eventi sta sconvolgendo il mondo così come lo conoscevamo. Internet non funziona più (privando di Pornhub i suoi più affezionati frequentatori). La California si sta staccando dagli Stati Uniti, in seguito ad eventi tellurici. Le scuole non hanno studenti.

Sui pochi mezzi di comunicazione ancora funzionanti compare il ringraziamento al contabile Chuck Krantz per i suoi 39 anni di contributo all’umanità.

Da qui inizia il percorso à rebours che ce ne illustra la vita e la passione per il ballo. Mike Flanagan torna ad affrontare un’opera di Stephen King che questa volta si sviluppa su percorsi distanti dall’horror.

Il regista di ”Doctor Sleep” in questa occasione ha scelto un racconto che fa parte della raccolta “Se scorre il sangue” ma qui il liquido organico non ha alcun ruolo se non quello di alimentare la vita dell’uomo qualunque Chuck Krantz, un contabile divenuto tale grazie alla discendenza familiare e a un nonno per il quale la matematica era fonte di vitalità e di conoscenza. Søren Kierkegaard ha detto: “La vita si può comprendere solo in retrospettiva ma deve essere vissuta in avanti”.

King e Flanagan ci invitano a voltarci indietro partendo da un mondo sull’orlo del baratro essendo ormai troppo oltre sul piano tecnologico e su quello della distruzione dell’ecosistema da non poter più trovare una risposta efficace a quanto accade adattandosi a privarsi di ciò che c’era e ora non c’è più.

È in questa situazione preapocalittica che fanno la loro comparsa i ringraziamenti per i 39 anni di attività del protagonista. Del quale ci viene dato di conoscere il carattere vedendolo esplicitarsi nella danza e poi, andando ancora più indietro, nella fase di coming of age. C’è uno squilibrio voluto nel tempo dedicato ai tre capitoli. L’ultimo (cioè il capitolo 1) è molto più lungo degli altri perché deve mettere le basi della vicenda umana di quest’uomo qualunque che però comprende in sé moltitudini (la spiegazione la si trova nel racconto e/o nel film). Il suo rapporto con il nonno (uno straordinario Mark Hamill) è determinante sotto una molteplicità di punti di vista e si unisce alla passione per il ballo che non lo abbandonerà neanche da adulto.

“Anche i bancari hanno un’anima”, così recitava il titolo di uno spettacolo teatrale di Terzoli e Vaime, protagonista Gino Bramieri. La si rideva con ironia. Qui, in un mix sapiente tra malinconia e leggerezza, veniamo a conoscere l’anima semplice di uno come noi ma proprio perché uomo comune, arricchito da piccoli momenti vissuti con semplicità seppure (non poteva mancare in un film da King) avendo la consapevolezza della fine.


Un’opera sui turbamenti di una generazione stanca dell’indifferenza degli adulti. 
Tra istruzione, lavoro, corpi e la loro sensualità.
Un film di Robin Campillo con Pierfrancesco Favino, Élodie Bouchez, Malou Khebizi, Vladislav Holyk, Nathan Japy. Genere Drammatico durata 103 minuti.
 
Enzo lascia la scuola per fare il muratore e inizia una relazione con un operaio ucraino, sfidando la famiglia borghese e cercando sé stesso tra conflitti e desideri.
 
Tratto da Paola Casella – www.mymovies.it

Enzo ha 16 anni e ha abbandonato gli studi per imparare a fare il muratore. I genitori altoborghesi non si capacitano della scelta del figlio, tanto più che suo fratello maggiore Victor è invece uno studente modello che aspira ad entrare in una delle università più prestigiose di Parigi. Sul luogo di lavoro Enzo incontra Vlad e Miroslav, due ucraini che presto verranno chiamati ad arruolarsi nel conflitto con la Russia. Enzo preferisce di gran lunga la loro compagnia a quella degli amici secchioni di Victor, per non parlare di quella dei suoi genitori totalmente avulsi alla realtà che li circonda, in particolare il padre italiano Paolo che gli fa continuamente il terzo grado sulle sue intenzioni future. L’attrazione per Vlad è anche sessuale e sentimentale: per Enzo è necessaria, per Vlad pericolosa.

Enzo è un adolescente, i suoi turbamenti sono quelli di una generazione orripilata dall’indifferenza degli adulti rispetto ad un mondo dove la guerra e le disparità economiche decidono del destino degli esseri umani e oscurano qualunque prospettiva futura, e dove l’istruzione è diventata l’ingresso di un tunnel di accettazione e conformismo, non più una via per la propria affermazione personale e per la partecipazione attiva alla cosa pubblica. Per contro Enzo è passivo, addirittura autolesionista, ma sa seguire le proprie inclinazioni e i propri desideri con una determinazione allo stesso tempo ottusa, inconsapevole e irresistibile. Enzo cerca di imparare a costruire case nuove anche se denuncia ambizioni limitate, soprattutto per differenziarsi da un padre accademico (che guadagna meno della moglie ingegnere, perché la società che lui perpetua non dà grande valore all’istruzione).L’apparente apatia del ragazzo è assai più etica della sordità e cecità dei genitori e del fratello, intenti a rispettare le aspettative del loro ambiente e del loro privilegio, rispetto alle ingiustizie e alle derive catastrofiche che li circondano, e delle quali prima o poi saranno anche loro inevitabilmente vittime. Enzo si scaglia contro la parete che gli è stata costruita intorno, eliminerebbe volentieri quel cancello che tiene Vlad fuori dalla bella casa fronte mare cui lui stesso sa di non appartenere, e le uniche leggi che rispetta sono quelle del desiderio. Enzo ammette la paura, che non è quella di non riuscire a conservare il proprio status quo, come il padre e il fratello, ma quella di rimanerci intrappolato, e di restare impotente davanti al mondo che lo circonda,


La famiglia Moretti, su insistenza della sua componente più giovane ovvero l’influencer Micol, decide di partecipare ad un nuovo reality show dal titolo “Fuori la verità”. La conduttrice rampante Marina Roch porrà a tutti componenti del nucleo famigliare, in diretta televisiva, sei domande alle quali dovranno rispondere in maniera assolutamente onesta, pena la cacciata dal programma. Gli autori hanno avuto pieno accesso ai profili social e ai cellulari di tutti i concorrenti, che hanno accettato di partecipare a scatola chiusa. E a rispondere alle domande della Roch, che ha una roccia al posto del cuore, saranno via via i genitori Edoardo e Carolina, sposati da 25 anni e gestori di un’azienda che organizza eventi, e i figli Flavio, laureando in economia e già alle prese con l’azienda di famiglia, la timida studentessa universitaria Prisca e la popolarissima influencer Micol di cui sopra. In palio c’è un milione di euro che potrebbe fare comodo a tutti, ma se uno solo mentirà andranno tutti a casa. Ma dire la verità senza far male a nessuno, come affermava Fellini, resta spesso un sogno proibito.

Come può una famiglia che ha così tanti scheletri nell’armadio – come scopriremo nel corso della storia- sottoporsi volontariamente ad un programma di quel genere? Ammettendo pure l’ignoranza iniziale del format, dopo il primo giro di domande, tutto sommato abbastanza innocue, dovrebbero ritirarsi in buon ordine, e invece insistono nel partecipare ad un gioco al massacro disegnato che scoprirà tutti gli altarini che sanno benissimo di tenere nascosti. E come mai, appresa la natura del programma, non fanno una bella confessione reciproca d tutti i loro segreti, così da essere certi della vittoria finale?Se però si decide di sorvolare su questo gigantesco “elefante in salotto” ci si può divertire a seguire questo ottovolante mediatico, o un sogno proibito.

Sul banco degli imputati, più che la famiglia Moretti c’è la “tv verità”, in cui di verità ce n’è ben poca, ma non mancano voyeurismo e moralismo d’accatto. I commenti più divertenti sono quelli fatti in cabina di regia, quando si chiede di inquadrare via via i componenti della famiglia Moretti etichettandoli a seconda del ruolo che ricoprono nel gioco delle parti, e quelli del padre di Carolina che detesta il genero Edoardo e ha impostato la propria vita su una gretta ipocrisia.La scaletta pensata dagli autori, così come la sceneggiatura di ‘Fuori la verità’, prevede tutte le rivelazioni e le uscite di scena, confidando nella nostra abitudine a veder volare gli stracci in televisione. E ognuno dei personaggi, a ben guardare, fa parte del sistema delle apparenze in cui tutti viviamo, e nel quale l’influencer della storia, tutto sommato, si rivela quella meno succube al giudizio altrui. Un mondo fatto di pornografia amatoriale (anche dei sentimenti), tornei di padel, indebitamenti per mantenere un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità e “sevizie psicologiche gli uni sugli altri.



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