1 ottobre 2026 – NEL TEPORE DEL BALLO
8 ottobre 2026 – CHE DIO PERDONA A TUTTI
15 ottobre 2026 – LA TORTA DEL PRESIDENTE
22 ottobre 2026 – COME TI MUOVI SBAGLI
29 ottobre 2026 – LADY NAZCA LA SIGNORA DELLE LINEE
5 novembre 2026 – LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI
12 novembre 2026 – ALLORA BALLIAMO
19 novembre 2026 – L’ULTIMO SCHIAFFO
26 novembre 2026 – IL SENTIERO AZZURRO
3 dicembre 2026 – TERAPIA DI FAMIGLIA

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Tratto da Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it
Gianni Riccio è un famoso conduttore televisivo. Anche se la sua infanzia non è stata facile per la scomparsa di entrambi i genitori in due diverse circostanze, ora però può essere soddisfatto del successo ottenuto. Quando però si ritrova nel bel mezzo di un crack finanziario con complicazioni anche penali tutto gli crolla addosso. Si vede costretto a tornare ai luoghi di origine incontrando di nuovo un antico amore che potrebbe costituire per lui l’occasione di una rinascita.
Pupi Avati realizza un film in cui conferma la sua poetica, immergendola in una visione in cui denuncia e speranza di riscatto coesistono. Mentre scorrono sullo schermo immagini, parole e musiche del nuovo film emergono nella memoria citazioni o richiami al suo cinema precedente.
A un certo punto si fa riferimento a un soprammobile a forma di elefante e chi ha amato ”Storia di ragazzi e di ragazze” pensa a quella bambina che trovava un oggetto analogo dando così il via alla narrazione. Si vede poi Jerry Calà fare l’ospite in un programma televisivo e si pensa al suo ruolo manipolatorio in funzione di recupero di credibilità nell’episodio di ‘Sposi’ da lui diretto. Quando poi il braccio destro e amico di Giorgio, mentre è alla guida di un’auto, dice dei versi di Giovanni Pascoli si ha un’ulteriore conferma del grande amore di Pupi per il poeta.
Avati costituisce un raro esempio di un autore che rimane fedele a se stesso pur rinnovandosi ogni volta con la massima libertà che alla sua, non più tenerissima, età si può esercitare. Con la filmografia che ha alle spalle non si sente, ora più che mai, di dover ossequiare nessuno. Non lo ha fatto in maniera esplicita con i rappresentanti del potere governativo nella serata dei David di Donatello del 2025 così come non lo fa con questo film in cui la disillusione si affianca alla speranza. Capace, come è da sempre, nel dirigere attori a cui chiedere di osare nell’andare controcorrente rispetto a quanto fatto fino ad allora, propone a Massimo Ghini di realizzare il ritratto di un uomo che è costretto a privarsi delle maschere che il successo sovrappone al suo volto (si veda a tal proposito la scena magistrale della doccia) e a Giuliana De Sio di calarsi nei panni di una conduttrice di quella televisione del dolore che Pupi detesta e che mette alla berlina in una scena (altrettanto magistrale come scrittura e come prestazione recitativa) in cui si passa dalla finta commozione all’invettiva volgare più accesa. Tutto ciò non rinunciando a parlare di amore in una situazione in cui il più basso tornaconto finisce con il trasformarsi in una consapevolezza di tutt’altro tenore. Nelle due valigie che ci accompagnano nel corso dell’esistenza, secondo Pupi si possono trovare in una materia in putrefazione e nell’altra ricordi che, con il passare degli anni, passano dal creare timore al produrre calore. Un calore che, insieme al ricordo del tepore di un ballo, può aiutare ad andare avanti nella vita. Nonostante tutto.

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Tratto da :Paola Casella – www.mymovies.it
Arturo è un agente immobiliare di successo che tiene una rubrica social sul suo amore sviscerato per i dolci tipici della sua Sicilia. Col tempo si è convinto che la storia dell’esistenza di Dio sia “una gran minchiata”, da quarant’anni non mette piede in una chiesa e ha eletto il cannolo come unica presenza terrena del divino. Ma incontra Flora Guarneri, erede di una leggendaria pasticceria specializzata in dolci della tradizione sicula, e se ne innamora all’istante, anche grazie alla comune passione per cassate e sciù, e Flora è una fervente cattolica che va a messa tutte le domeniche e partecipa alla processione pasquale nei panni della Madonna. Per un po’ Arturo si finge credente, ma il gioco non può durare all’infinito, e l’uomo dovrà decidere se abbracciare o meno la fede per rimanere accanto a Flora. Un vassoio di 35 sciù faciliterà l’apparizione che potrebbe aiutarlo nell’impresa: perché nientemeno che Papa Francesco si paleserà al miscredente per comunicargli la sua idea di fede.
‘…che Dio perdona a tutti’ è la quarta regia di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, e si basa sul suo omonimo romanzo pubblicato nel 2018 e ispirato ad un incontro fra il regista e Papa Bergoglio.
Il personaggio di Bergoglio, incarnato dall’attore spagnolo Carlo Hipolito, è delizioso ed evoca la dolcezza e la saggezza del pontefice scomparso, e Giusy Buscemi è convincente nel ruolo di Flora, ma il migliore in scena è Francesco Scianna nei panni “gassmaniani” di Tommaso, amico di Arturo, titolare dell’agenzia immobiliare presso cui entrambi lavorano e compagno di calcetto. Pif è morettiano nei suoi dialoghi con il Papa e nel suo mettersi al centro della scena a fronte di una capacità recitativa modesta, e la sua cifra comica è quella dello straniamento, il che talvolta funziona, talvolta spiazza.
Il risultato è un lavoro piacevole ma discontinuo e a tratti incoerente, con una conclusione che promette quel “perdono a tutti” del titolo senza che ci sia un vero pentimento da parte di chi si comporta in modo contrario ai precetti della propria fede religiosa. ‘…che Dio perdona a tutti’ sarebbe stato molto più incisivo, e più conforme al Pif che conosciamo, se avesse davvero ficcato, anche in modo umoristico, il coltello nella piaga delle ipocrisie della buona borghesia che va a messa e in processione ma anche a cena con i corrotti e i mafiosi, che tradisce il coniuge e imbroglia i clienti “omettendo” dettagli importanti, e così via. In quel caso la mezz’ora iniziale sarebbe stata un perfetto cavallo di Troia per raccontare i mali del nostro Paese, e avrebbe aperto ad una riflessione profonda e intelligente su cosa significhi essere, invece che dichiararsi, veramente cristiani.
Lo spettatore potrà gradire questo racconto garbato e a tratti davvero spiritoso, con battute felici sull’eterna lotta siciliana fra immobilismo e innovazione, sul senso di colpa come “core business” del cattolicesimo e sull’essere “cristiani a intermittenza”.

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Tratto da :Marianna Cappi – www.mymovies.it
Primavera 1990. Sull’Iraq pesano le sanzioni dell’ONU, che rendono difficile per la popolazione procurarsi cibo e medicine. Eppure, nonostante la carestia, come ogni anno, in tutte le scuole del Paese è obbligatorio festeggiare il compleanno del presidente Saddam Hussein. L’ingrato compito tocca in sorte a Lamia, una bambina di nove anni che vive con la nonna in una casa galleggiante di fango e giunchi. Le due donne partono, dunque, all’alba alla volta della città per procacciarsi gli ingredienti necessari, in compagnia di Hindi, un gallo che Lamia porta sempre con sé nel marsupio e che considera il suo migliore amico.Il mondo di Lamia e del suo compagno di scuola Saeed è un mondo caratterizzato da una situazione di estrema povertà, rispetto alla quale le poche cose che occorrono per preparare una torta appaiono beni di lusso, ingredienti preziosi che nessuno possiede più in casa e che diventano perciò terreno di scambio o, peggio, di ricatto.
Hasan Hadi, procedendo a partire da un personale ricordo d’infanzia, instaura una premessa che sa immediatamente di paradosso e dunque contiene in sé tanto il motore di una possibile commedia quanto la natura dell’impresa impossibile tipica della fiaba, ma di fatto fotografa una drammatica realtà.
In questa combinazione di toni e suggestioni, anche molto distanti tra loro, c’è la forza del film, che mostra senza sconti l’avventura di questa piccola Zazie in un paese fisicamente e moralmente distrutto, dove la corruzione dilaga, gli uomini adulti sono esseri meschini (a partire dal maestro, supposto educatore, che le ruba la mela dalla cartella), la solitudine e l’isolamento della protagonista sono palpabili, ma tutto questo non fa che conferire maggior forza e spessore all’amicizia tra i due bambini e al legame tra Lamia e Bibi, l’adorata nonna.’La torta del presidente’ è anche la dimostrazione che il particolare, quando sincero e sentito, ha risonanza universale: per quanto fuori dalle rotte conosciute, comprese quelle del cinema, l’Iraq di Lamia, Saeed e Bibi è quello sempre riconoscibile del cinema neorealista, con il teatro a cielo aperto delle strade (qui anche del fiume, che dà luogo alle sequenze più suggestive), l’uso di attori non professionisti, la verità della luce naturale; un luogo a suo modo ancestrale e archetipico, non a caso collocato nel Sud del paese, alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate.
Ma ciò che conta di più è la visione del regista, incarnata dalla giovanissima protagonista, della vita in quel luogo e in quel tempo (ricostruito nell’aspetto e nell’atmosfera) come di una continua peripezia, un cammino scandito da un imprevisto dopo l’altro, che, nell’accezione aristotelica, forma e trasforma. Come i bambini delle fiabe classiche, Lamia cammina e cammina alla ricerca di zucchero, uova e farina, e intanto conosce il peggio e il meglio del genere umano, e si forma e trasforma, costretta a crescere in fretta, come ci racconta l’immagine, tenera e straziante, di lei col bastone (simbolo anche felice, nonostante tutto, di una preziosa eredità).In un’epoca in cui tanti cineasti, anche espertissimi, sentono il bisogno di spiegare ogni cosa, forse poco fiduciosi delle capacità intellettive del loro pubblico, Hasan Hadi, nel suo debutto, non aggiunge una parola di troppo e lascia invece che siano le immagini a fare il racconto e gli spettatori e formulare le loro considerazioni. Un’immagine in particolare, quella di Saddam Hussein, è ovunque nel film – muri, scuole, manifesti, statue-, quasi un santo protettore, eppure il paese è abbandonato a se stesso e, a proteggere Lamia e la gente come lei, non c’è nessuno.

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Tratto da: Paola Casella – www.mymovies.it
Un ex professore di liceo trascorre gli anni della pensione nella sua grande casa vuota, spesso sonnecchiando sul divano, e scansando accuratamente ogni imprevisto. Dopo le dipartite della moglie, che non c’è più, e della figlia Sofia, che vive in Germania, ha scelto di vivere serenamente da solo, evitando anche le velate proposte della piacente amica Giovanna. Ma improvvisamente Sofia piomba a Roma dalla Germania con i due figli Olga e Tommaso perché il marito tedesco Helmut l’ha tradita. Figlia e nipoti si piazzano in casa del professore ponendo fine alla sua quiete, e lui si ritroverà coinvolto a tempo pieno nella gestione di Olga e Tommaso, dato che Sofia da un lato studia per assicurarsi un nuovo lavoro, dall’altro incontra una serie di uomini nella speranza che le facciano dimenticare il fedifrago Helmut. Il quale, pentito, decide di raggiungere a piedi Roma dalla Germania, intraprendendo un percorso di espiazione nella speranza di ottenere il perdono della moglie.
Per capire il senso profondo di ‘Come ti muovi sbagli’, sesta regia di Gianni Di Gregorio e terza cosceneggiatura insieme a Marco Pettenello, bisogna partire proprio dal titolo, e arrivare con pazienza fino alla fine.
Perché il titolo enuncia il problema al centro non solo della trama, ma della nostra vita di esseri umani fallibili, e perché, come nei precedenti film di Di Gregorio e Pettenello ”Lontano lontano” e ”Astolfo”, solo in fondo ci rendiamo conto che l’apparente favoletta leggera ha un doppiofondo grave (ma per fortuna non greve) e un retrogusto doloroso.’Come ti muovi sbagli’ è una parabola sulla fragilità, a cominciare da quella del protagonista che si illude di potersi chiamare fuori dalla vita e le sue grane, per continuare con quella di Sofia che crede di poter rimpiazzare il marito e scopre che gli uomini sui coetanei sono inconsistenti e vacui, e finire con quella di Helmut, il cui atto di debolezza non a caso è l’incipit del film, e la cui onesta disamina del perché una persona ceda alle tentazioni, pur intuendone le conseguenze, costituisce il dialogo più significativo della storia.
Di Gregorio, anche all’interno della sua convenzionalità “vecchio stile”, riesce ad evitare le ovvietà e a rappresentare reazioni umane non scontate. Il suo Professore è un Oblomov contemporaneo, ma la sua passività e indecisione si scontrano con il più italiano dei richiami. ovvero quei legami famigliari “che ti fregano”, risucchiandoti dentro la vita anche quando vorresti gradualmente abbandonarla.Greta Scarano e Iaia Forte (rispettivamente Sofia e Giovanna) sono le donne che legano il professore alla realtà insieme alla nipote Olga, ben interpretata da Anna Losano (vista di recente nella serie ”Fuochi d’artificio”, e chissà perché definita in ‘Come ti muovi sbagli’ una “bambina” quando è evidentemente un’adolescente). Pietro Serpi (il piccolo Tommaso) e l’attore tedesco Tom Wlaschiha (Helmut), già apprezzato ne ”L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”, rappresentano invece l’irrequietezza e una certa sventatezza maschile, che sono comunque manifestazioni essenziali di vitalità. Ed è proprio sul tiro alla fune fra vita e morte che si assesta il senso più profondo di questa ulteriore parabola di Di Gregorio, un autore che rallenta e li dilata i ritmi e i paradigmi del cinema contemporaneo per ricordarci che nel nostro tempo ci sono ancora spazi di umanità resistente, e narrazioni refrattarie ad ogni manuale di sceneggiatura.

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Tratto da : Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it
1936. Maria Reiche è una giovane insegnante tedesca che insegna matematica a Lima. Accettando di seguire come traduttrice di documenti in tedesco l’archeologo francese Paul D’Harcourt raggiunge l’area di Nazca. Qui viene colpita da linee e figure enormi tracciate nel deserto da una civiltà scomparsa da cinquecento anni. Lascia tutto per dedicarsi allo studio di quella manifestazione dell’attività dell’uomo. Dovrà superare ostacoli apparentemente insormontabili. Biopic su una donna che ha consentito la scoperta e lo studio delle linee e delle figure di Nazca.
Chi era giovane tra la fine degli Anni Sessanta e il decennio successivo e si interessava all’archeologia non può non essersi imbattuto in un libro che divenne un best seller vincendo anche il premio Bancarella: “Non è terrestre” di Peter Kolosimo. Vi erano esposte teorie che verranno poi definite come legate a una nuova area del pensiero umano: la fantarcheologia. Kolosimo, tra i vari siti che prendeva in esame, si occupava anche di Nazca giungendo alla conclusione che disegni così immensi e così precisi non potevano che essere stati supervisionati dall’alto e quindi dagli alieni. Questo film di Damien Dorsaz non si spinge fino a questo punto volendo restare ancorato alla fase del primo studio del sito da parte di Maria Reiche (la quale poi gli dedicò l’intera esistenza morendo a Lima all’età di 95 anni). Ci mostra però come anche in questo campo, come in moltissimi altri che concernono l’avanzamento delle conoscenze dell’umanità, sia stata necessaria la pervicace insistenza di una donna per condurre ad importanti risultati. Non ci sono particolari colpi di scena in un film che procede valorizzando fondamentalmente la personalità della protagonista e gli spazi in cui si attua la sua indagine sul passato remoto. Si mostra il legame con la sua compagna che però, a differenza di quanto accaduto realmente, qui esce di scena dopo una situazione di profonda crisi. Mentre invece Amy Meredith le è stata poi al fianco fino alla fine. Quello che viene messo in evidenza è quanto una donna ritenuta “la pazza che spazza il deserto” si sia potuta avvalere delle sue conoscenze in ambito matematico per, metaforicamente, ‘spazzare via’ indifferenze e diritti di proprietà sul territorio che avrebbero portato alla completa cancellazione di queste tracce dell’antichità. In quella fase della narrazione viene da pensare che se la stessa (il)logica fosse stata applicata a Stonehenge forse oggi non ci sarebbe più. Anche se la sua chiave di lettura delle linee di Nazca ha suscitato dibattiti che hanno portato a conclusioni diverse dalle sue, a Maria Reiche va il merito di averle studiate e a Dorsaz di avere posto in rilievo il suo fondamentale contributo, portando alla luce l’ennesima figura di donna non sufficientemente supportata (ai tempi delle sue scoperte ma anche dopo) dal mondo accademico in cui gli uomini dominavano e dominano.

Emanuele Sacchi – www.mymovies.it
Nel mercato notturno di Taipei Shu-fen gestisce un chiosco che serve noodle: lasciata dal marito da diversi anni, sta ancora affrontando i debiti residui, faticando a gestire l’irrequieta figlia ventenne I-Ann e la piccola I-Jing di 5 anni. La sorella maggiore lavora segretamente come ‘betelnut girl’, mentre la minore vaga da sola per la città, provando a interpretare a suo modo il mondo dei grandi. Mentre Shu-fen si lascia andare alla depressione, la situazione le sfugge di mano e le iniziative di I-Ann e I-Jing rischiano di compromettere ulteriormente l’equilibrio famigliare.
Durante la visione di Left-Handed Girl la prima impressione potrebbe essere quella di un ‘Florida Project’ in versione taiwanese, complice la presenza di Sean Baker in qualità di produttore e co-sceneggiatore.
Shih-Ching Tsou è da sempre collaboratrice fidata di Baker e produttrice dei suoi film, tanto che i due hanno girato insieme nel 2004 ‘Take Out’, il film che ha rivelato al mondo il talento del regista di ‘Anora’.È indubbio che in ‘Left-Handed Girl’ tornino alcuni dei temi cari al cineasta americano: il disagio dei ceti meno abbienti e la loro rassegnazione, che porta a trascurare la famiglia e l’educazione dei figli; la mancanza di moralità diffusa e l’effetto nocivo della società post-social network, che si rispecchia tra le diverse generazioni – la nonna interessata innanzitutto al proprio look e ai complimenti altrui, il bombardamento mediatico subito attraverso i dispositivi a ogni età.Il tocco di Baker in fase di sceneggiatura si percepisce nel ritmo indiavolato e nell’attenzione a dialoghi credibili e ficcanti, tali da coinvolgere un pubblico variegato per cinefilia e capacità di attenzione. Ma l’ambientazione taiwanese non si limita al solo “esotismo”: ritorna il ‘topos’ delle ‘betelnut girls’ (ragazze che vendono noci di areca, spesso discinte e contigue alla prostituzione), spesso immortalate da Tsai Ming-liang nei suoi film, così come, seppur sfumato in chiave di commedia, il tradizionalismo figlio dell’epoca del Terrore Bianco, incarnato dalla figura del nonno, che ammonisce la piccola I-Jing a non utilizzare la mano sinistra, la “mano del diavolo”.
Il lungometraggiosa conquistare per la sincerità proposta e per l’interpretazione di un cast splendidamente assemblato.Nina Ye, la giovanissima attrice che interpreta I-Jing, ha del prodigioso per le sfumature che riesce a cogliere, tanto nei momenti di entusiasmo infantile che in quelli di confronto con una realtà ostile e inafferrabile. La macchina da presa di Tsou sposa quasi sempre il suo punto di vista e si pone ad altezza di bambino, inseguendo I-Jing nel mercato notturno di Taipei o in escursioni per la città condotte nella totale trascuratezza di madre e sorella. Questa ingenuità della soggettiva è insieme il punto di forza e di debolezza di un film gradevole, con un cuore da bambino.

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Tratto da : Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it
Cécile, dopo il successo ottenuto in televisione grazie a un cooking show sta per aprire il proprio ristorante insieme al suo compagno. Scopre di essere incinta e, al contempo, si sente in dovere di tornare al paese natio perché il padre, anch’egli ristoratore, ha avuto un infarto.
Un film alla francese in cui canzoni e realtà riescono a convivere senza stridere.
Amélie Bonnin ha compiuto un’operazione che solitamente tende a, come si è soliti dire, mostrare la corda. Ha cioè espanso un suo cortometraggio che aveva avuto un buon riscontro. Ha però compreso che il ruolo principale non andava più assegnato ad un uomo bensì a una donna. Ecco allora che ci troviamo davanti alla quarantenne Cécile che nella prima scena scopre di essere incinta proprio mentre sta per aprire il proprio ristorante facendo un salto nell’alta ristorazione. Costretta dall’ennesimo problema cardiaco paterno ad andarlo a trovare, decide di non dire nulla della gravidanza al compagno con cui condivide anche il progetto del ristorante.È a partire da queste premesse che si sviluppa un’azione che vede al centro un posto di ristoro, gestito dai genitori e molto frequentato da camionisti, che è distante anni luce dall’idea di cucina che Cécile vuole proporre ma in cui fa anche la ricomparsa un vecchio amore dei tempi della scuola.Tutto questo accompagnato da canzoni famose adattate per l’occasione che vengono messe in bocca agli attori come fossimo in un non musical che ha però bisogno del canto. L’operazione viene condotta con una buona dose di autoironia che viene ad un certo punto decisamente esplicitata. Sembra di tornare al clima del film di Alain Resnais “On connait la chanson” che nella versione italiana diventò ‘Parole parole parole’ titolo di una canzone che, forse non a caso, viene citata qui.Tutto questo in uno di quei film che costituiscono una prerogativa del cinema francese. Saper cioè raccontare storie che potrebbero stare tranquillamente nella realtà grazie ai volti giusti unitamente a quel tanto di astrazione che permette di affrontare temi non proprio secondari.Qui Cécile deve decidere su una gravidanza che sente di non volere, lei e il padre si scontrano su due visioni opposte della ristorazione e per di più torna sulla scena un vecchio amore dell’adolescenza per cui la protagonista sente di provare ancora dei sentimenti che sembravano sopiti. Selezionato come film di apertura dell’edizione 2025 del Festival di Cannes si è rivelato come la giusta scelta di intrattenimento non avulso dalla realtà.

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Tratto da :Simone Emiliani – www.mymovies.it
Sta per arrivare il Natale. Petra e Jure sono due fratelli vivono in paesino friulano innevato con pochi abitanti. La madre è in una casa di riposo e ripete spesso che la figlia è morta. Sono in ristrettezze economiche e cercano ogni giorno di trovare il modo per guadagnare qualche euro in più. Si arrangiano a fare ogni tipo di lavoro ma non basta. Petra è più cinica, concreta e determinata, Jure più buono e fin troppo remissivo. Un giorno vedono per strada un cane che sta vagando. Poi, un avviso che ne denuncia la scomparsa. Si chiama Marlowe e chi lo ritrova avrà una lauta ricompensa. Alla fine lo rintracciano, lo portano con loro (Jure ci si affeziona immediatamente) e ora sono pronti per chiedere il riscatto. Ma le cose vanno diversamente. In più la loro strada s’incrocia con Nicola, il nipote di un’anziana abitante del posto che anche lei ha smarrito il suo cane. C’è la neve come in ‘Fargo’ ma Ultimo schiaffo non è solo una dark comedy ma anche una favola amara, un ritratto di provincia, una declinazione inaspettata delle forme del cinema natalizio.
Petra e Jure sono l’altra faccia della festa. Nessuno li accoglie, e qualcuno li sfrutta come il dipendente della casa di riposo che chiede alla ragazza di andare a scommettere nei combattimenti di “Power Slap”, una disciplina che consiste nel dare e ricevere schiaffi a mano aperta sul volto. Qui entra in gioco la dimensione surreale del film, quella che trasforma i personaggi, soprattutto nella parte finale in marionette tragiche ma anche magiche.Sta anche qui lo strano potere di un film che può essere insieme straniante ed evocativo, che racconta le difficoltà del presente (la crisi economica), accenna alle notizie da cui si è spesso bombardati (il podcast true crime). Ma lo fa sempre seguendo il punto di vista dei due protagonisti, nomadi nella loro stessa terra, forse variazioni degli outsider del cinema di Kaurismäki dove anche Oleotto combina tristezza e ironia. Contemporaneamente, il regista disegna precise traiettorie geografiche dove il paesaggio non è solo lo sfondo ma parte integrante del racconto.
‘Ultimo schiaffo’ potrebbe essere ambientato in qualsiasi epoca, eppure è fortemente centrato sulla contemporaneità. L’approccio è più pittorico che realistico. Oleotto dona al film delle pennellate di colore che sono forse come frammenti soggettivi del suo legame e della memoria con i luoghi che gli appartengono, combina generi diversi non per creare una contaminazione ma per seguire piuttosto gli umori altalenanti della storia.A dodici anni da ‘Zoran, il mio nipote scemo’ da cui arriva anche Giuseppe Battiston che qui interpreta il ruolo di Don Attilio, il cineasta (che nel frattempo ha lavorato anche in tv dove ha diretto le serie ‘Volevo fare la rockstar’, ‘Eppure cadiamo felici’ e i primi quattro episodi di ‘Maschi veri’) firma un’altra ballata sull’alienazione con qualche caratterizzazione che talvolta esce fuori controllo (il personaggio di Nicola) ma che trova nei due protagonisti Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta le incarnazioni di un cinema che mantiene il fascino gentile e la purezza dello sguardo del primo film.In più, trova svolte narrative inaspettate (l’improvvisato pranzo di Natale è tra quelle più attraenti) seguendo le traiettorie della casualità delle vita. Così, sempre sullo sfondo natalizio, ‘Ultimo schiaffo’ lascia come l’impronta malinconica di una canzone, tipo ‘River’ di Joni Mitchell.

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Tratto da :Tommaso Tocci – www.mymovies.it
In un Brasile del futuro prossimo, la parte più anziana della popolazione viene al tempo stesso celebrata e ostracizzata, in una serie di attività cerimoniali di facciata che nascondono un tentativo di controllo e di rimozione forzata dalla società.
È il caso di Tereza, che come molti altri è costretta a smettere di lavorare finendo sotto la custodia della figlia, senza poter nemmeno comprare cose in autonomia. Ancora fieramente indipendente, la donna non vuole rassegnarsi a trascorrere il resto dei suoi giorni nell’inquietante “colonia” in cui la vorrebbe il governo, e con il sogno di volare a bordo di un aereo si incammina in un clandestino viaggio di scoperta.
Romanzo di formazione in cui la formazione non va di pari passo con la giovinezza, la quarta regia del talentuoso Gabriel Mascaro è la storia sinuosa di un viaggio attraverso il panorama mozzafiato dell’Amazzonia, dall’animo politico e resistente eppure ammorbidito da un tono umanista e psichedelico.
In Tereza (a cui dà vita una prova pugnace della veterana Denise Weinberg) c’è un personaggio centrale limpido nella sua ricerca: una donna che ha vissuto la vita con pragmatismo, macellando la carne di alligatore per anni e facendo ciò che le veniva richiesto di fare come brava cittadina e madre. Prima o poi arriva però un punto di rottura, perché nel registro distopico di Mascaro – appena accennato- Tereza vive in un Brasile governato da leggi draconiane per quanto riguarda la terza età, con gli anziani che vengono letteralmente presi per strada in furgoncini-prigione (un’immagine che cattura alla perfezione il tono da commedia mista al perturbante in cui si specializza il regista). Il gesto di ribellione al sistema autoritario e capitalista prende la forma di uno spiccare le ali, ma il desiderio di salire su un aereo per la prima volta vorrà dire ritrovarsi piuttosto sull’acqua. Come la stessa Tereza, il film diventa un meraviglioso campo d’incontro tra le creature d’aria e di acqua, mentre il regno terreno è popolato di un’umanità eterogenea, che ti aiuta e che ti frega, ma che è tutta in qualche modo in fuga dal sistema. In questa variopinta galleria, una menzione speciale la merita il barcaiolo di Rodrigo Santoro, disincantato signore del fiume a cui spetterà il compito di aprire le porte della percezione alla protagonista. È forse la prima volta che l’attore, dopo una vita trascorsa a sfruttare (e poi svilire) la sua bellezza come caratterista nel cinema di genere americano, trova in patria un ruolo che la sfuma e le dà un’identità nuova, a partire da quegli occhi memorabili che per primi iniettano le dominanti tonalità azzurre nel film. Inno alla ribellione tanto contro i regimi autoritari quanto gli stereotipi sull’età, Il sentiero azzurro sceglie senza proclami la via di una resilienza intima, che ha a che fare con i desideri sopiti ma anche con la realtà prosaica del corpo e la sua scoperta. Mascaro però non è mai melenso e non idealizza nulla – nei suoi occhi smaliziati e tinti di blu si riflette una delle opere più interessanti e originali dell’anno.

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Tratto da: Paola Casella – www.mymovies.it
Il dottor Olivier Béranger è uno psicanalista che ha in cura Damien, un paziente affetto da mille patologie: è ipocondriaco, claustrofobico, ha paura degli uccelli, del buio e del fallimento, e soffre di tendenze autodistruttive e suicide. Dopo cinque anni di analisi e l’ennesimo tentativo di Damien di gettarsi dal balcone del suo studio, il dottor Béranger decide di sospendere le sedute con il giovane e lo congeda dandogli un ultimo consiglio: trovare un’anima gemella nevrotica quanto lui e innamorarsene per superare tutte le sue manie.
Peccato che la scelta di Damien cada (inconsapevolmente) proprio su Alice, l’unica figlia di Olivier, e la ragazza decida di presentarlo a casa in occasione dell’anniversario di matrimonio dei suoi, con la prospettiva di annunciare il suo fidanzamento con Damien. Da quel momento Olivier cercherà di liberarsi del futuro genero, il quale non ha rivelato ad Alice di essere stato paziente di suo padre, così come il dottore non ha rivelato alla moglie Paloma di essere stato lo psicanalista di Damien.
‘Terapia di famiglia’, scritto e diretto da Arnaud Lemort è una commedia francese degli equivoci che fa leva soprattutto sulla popolarità dell’attore comico Christian Clavier, già notissimo oltralpe (e in parte anche in Italia) per la serie dei film ”Non sposate le mie figlie!”.
L’ambientazione è piacevole, sulle sponde di un lago francese nella regione Auvergne-Rhône-Alpes e nella città di Thonon-les-Bains e all’interno di una bellissima villa in cui i personaggi si muovono con i tempi della farsa francese.
